Satyra lanx 2×03

Oggi è venerdì ma niente lavoro, sono rientrato ieri tardissimo dalla trasferta, poco fruttuosa, a Pisa. Questa satyra l’ho pensata nel ritardo del regionale, sulla tratta più bella d’Italia che scavalla prima l’Appennino e poi la pianura Padana.

In realtà la prima cosa è arrivata anche a me in una newsletter mi rimito a segnalarla anche io. Macrotema letteratura e working class, mi viene da dire in parte una risposta ad alcuni spunti di Walter Siti in quell’intervento su Saviano che avevo segnalato (qui si ritrova, e qui addirittura c’è il video in cui rincara la dose). Comunque non faccio la telecronaca del confronto, non sarei in grado. Ma di questo pezzo mi piace segnalare alcuni passaggi.

Uno. La definizione di working class che mi sembra colga il punto problematico: made up of people who, when they go to work or when they act as citizens, have comparatively little power or authority. Le condizioni economiche e materiali che non significano solo un minore accesso ai consumi, ma anche e forse soprattutto un minore accesso al potere. A reiterarsi.

Due. La necessità di raccontare e fare emergere questa working class, anche con rabbia, ma senza appiattirla o caricaturarla. The working class must appear in our media as more than a problem to be solved or studied. Non un fenomeno da baraccone. Non storie strappalacrime. Anche perché Economic hardship does not mean the absence of joy, love, pleasure, duty, care.

Tre. Incrociare le tematiche. L’autrice è americana, e si augura di far emergere gli intrecci fra questioni di class e di race. E penso colga molto bene il punto quando dice when black writers talk about class issues, like student loan debt or the cost of higher education and housing, they’re typically presented in relation to black people only. Un mio amico, che studio dall’altra parte dell’Atlantico, mi raccontava come la sua università forse molto attenta alle politiche di inclusioni verso gli studenti afroamericani, ancora sottorappresentati nella sua università. Ma secondo lui non riescono a capire che la discriminazione non è solo per il gruppo etnico, ma anche per questioni di reddito.

Oltre a ste tre cose segnalo che, per le specificità delle questioni in Italia, su Giap contributi e riflessioni non mancano, con taglio anche proprio più letterario.

Poi altro giro ritorno su una cosa che ho visto quest’estate a Palermo (città che mi ha stregato tra l’altro voglio sempre sottolinearlo). Siamo stati alla cript dei cappuccini a vedere le mummie, e un frate ci ha anche spiegato un po’ la storia. Qua sembra di rileggere le sue parole, certo senza l’accento ispanico, la barba canuta e il fresco dei sotterranei d’agosto.

Poi finisco con un po’ di immagini stra suggestive tutte dall’Oriente, e i link delle loro sorelle. La settimana scorsa a un certo punto ho pranzato che ero a tavola con la collega cinese, il collega coreano e un visitor giapponese. Dovevo fare vedere anche a loro questa raccolta di chicche accipicchia.

Inizio con la Cina che ho solo una foto ma che foto.

Poi andiamo in Giappone dove evidentemente sono pieni di distributori di bibite e merendine in posti inaspettati, e sono stati fotografati (anche qui).

Poi sempre in Giappone immaginari da una Tokyo alla fine dei Settanta che sembrava Los Angeles in Blade Runner, che stava proprio ambientato nel novembre 2019 come recitava una didascalia all’inizio se non mi sbaglio.

E alla fine pure qualcosa dalla Corea, del Nord, in un progetto azzeccato che prende le architetture del realismo socialista e poi colora i cieli con palette vapor wave.

Alla fine una cosa assurda che una pagina di informazione devo dire fatta bene mi era sparita da un po’ dalla home page di facebook e poi ho capito il perché. Non so bene che lezione trarci ma resta una cosa da sapere.

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